A Single Man il nuovo film di Tom Ford

Il film “A single man”, film presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia (2009), è il nuovo film diretto dal regista Tom Ford che uscirà nelle sale italiane il 15 gennaio 2010. Nel Cast del film “A single Man” ci sono i due grandi attori Colin FirthJulianne Moore. La sceneggiatura del film è stata adattata attraverso una rielaborazione personale del regista: il film “A single man” è infattitratto dal romanzo omonimo scritto da Christopher Isherwood, provocatorio scrittore inglese. Il film “A single man” racconta di un uomo solo (il personaggio di George interpretato da Colin Firth) che non rifiuta mai di vivere le gioie e le sofferenze, che aspetta la morte ma sazio di vita. Un film sulla reciprocità dei due concetti universali di Vita e Amore, un amore omosessuale che però non diventa il tema esclusivo del racconto. Il protagonista del film “A single man” (Colin Firth) si lascia trasportare dal sentimento dell’ amore che va oltre la morte fisica dell’ uomo amato, si fa portatore di un dolore universale dato dalla scomparsa della persona amata. Il film “A single man” è un film melodrammatico e sentimentale: il protagonista del film rivive il suo amore negli oggetti e negli spazi che ha condiviso con la persona amata. La storia del film “A single man” è semplice e carica di interiorità. La fotografia di Eduard Grau e la musica di Shigeru Umebayashi ricercano (come il protagonista del film “A single man”) la bellezza e l’ armonia perduta. Le luci e i suoni del film “A single man” infiammano e sgelano il clima di “guerra fredda” che fa da sfondo alla storia dell’ America negli anni Sessanta. In questo modo, con un unico film, il regista Tom Ford e il suo “A single man” (Colin Firth) conquistano un posto nella storia del cinema. Il film “A single man” uscirà al cinema dal 15 Gennaio 2010.

LA TRAMA DEL FILM “A SINGLE MAN”
La trama del film è ambientata nella solare California degli anni ‘60. George Falconer (interpretato da Colin Firth, vincitore Coppa Volpi come miglior attore) è un professore gay di letteratura inglese in una università di Los Angeles. George resta un uomo solo dopo la morte in un incidente stradale di Jim, compagno amato da sedici anni (interpretato da Matthew Goode). Afflitto dal dolore e incapace di reagire alla perdita della persona amata, George pensa al suicidio con un colpo di pistola. La trama del film segue George in tutte le sue azioni per una giornata intera, dal risveglio fino all’ intenzione del suicidio. Proprio quando George cerca di lasciare tutte le sue cose e i suoi pensieri in ordine in vista della sua morte imminente, ricomincia ad imparare a godere delle piccole cose che danno senso all’ esistenza. Questo grazie soprattutto all’ aiuto e al conforto di due care persone: la vecchia amica Charley (interpretata da Julianne Moore), da sempre innamorata di lui nonostante la sua omosessualità dichiarata, e un giovane studente sensibile e disponibile, Kenny (interpretato da Nicholaus Hoult).
IL TRAILER DEL FILM “A SINGLE MAN”
(Regia: Tom Ford, Con: Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode; film in uscita al cinema dal 15 Gennaio 2010)
Articolo tratto da www.iocinemablog.it

Afterschool

Sesso, bugie & videotape all’epoca di YouTube: convince l’horror “scolastico” di Campos

Sesso, bugie & videotape. Potremmo parafrasare così Afterschool, diretto dall’italo-brasiliano Antonio Campos e già caso al Certain Regard di Cannes nel 2008. Sulla scia dell’inarrivabile Elephant di Gus Van Sant, ma anche prendendosi tutte le scorciatoie del caso (dell’arte), il giovane regista, anche sceneggiatore e montatore, porta la sua macchina da presa catatonica e “sgrammaticata” in una prep school Usa (esperienza nel suo curriculum vitae), dove i samples del porno virtuale sono più appetibili della prima volta reale, la cocaina viene tagliata col topicida, le camere sono condivise soprattutto dalla menzogna e la più bella della scuola, in duplice copia, è la vittima predestinata. Innanzitutto, della noia, una noia omicida. Come horror vuole, non a caso, perché qui l’orrore è quello dell’ipocrisia americana, l’elaborazione asettica e farmacologizzata di ogni lutto, dalla morte della Barbie di turno alla guerra in Iraq. Dal piccolo al globale, dagli studenti dell’oggi alla classe dirigente che saranno, questo doposcuola – titolo ingannevole, non è per teenager – sa anche di post educazione, ovvero la seconda realtà virtuale, meglio artificiale, in cui, almeno a una certa età, si vive e si impara sempre più, a scapito della vita, quella fatta di carne, ossa e aria, che letteralmente non si sa più vivere.
E pazienza se tra questa realtà di seconda mano – una mano stupefacente e letale – e l’estetica YouTube, Facebook e simili, il compiacimento di Afterschool fa capolino sulle spalle altezzose del lowbudget e dell’arte che (non) si vuole tale. Sono bugie anche queste, ma (quasi) innocue… E comunque necessarie per raccontare altre menzogne, e altri specchi, che Antonio Campos ha la forza di infrangere e mandare in mille pezzi, tagliandosi pure le mani, se non gli occhi. Ma sono ferite che non scalfiscono la sua consapevolezza, quella di un “fighetto” cresciuto a prep school. Ma, fortunatamente, non anestetizzato.

Articolo tratto da www.cinematografo.it di Federico Pontiggia

Alice in Wonderland

Il solito Tim Burton, un grande Johnny Depp.

Alice in Wonderland è un film diretto da Tim Burton, la cui uscita è prevista per il 3 marzo 2010, e tra gli altri interpretato da Johnny DeppMia WasikowskaAnne HathawayHelena Bonham CarterCrispin Glover. L’opera mescola tecnologie visive e di fotografia tra live actionmotion capturestop motion. È la trasposizione cinematografica dei racconti Alice nel paese delle meraviglieAttraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carroll. Alice Kingsley (Mia Wasikowska), ormai diciassettenne, non ricorda più nulla del suo straordinario viaggio. Va ad una festa solo per scoprire che è stato combinato un matrimonio tra lei e un nobile, Hamish Ascot (Leo Bill). Durante la festa, intravede il Bianconiglio (Michael Sheen) e corre nella foresta, ma il Bianconiglio la afferra e la fa precipitare nella sua tana. Dopo la caduta, Alice si trova in un’ ampia stanza, beve una pozione che la fa rimpicciolire e sente le voci del Dodo(Paul Whitehouse), del Topo (Barbara Winsdor) e del Bianconiglio. Esce da una minuscola porta e finisce in un giardino, dove ci sono il Bianconiglio, il Topo, il Dodo, Pancopinco e Pincopanco (Matt Lucas) che parlano di lei come una salvatrice, e che si riferiscono al Paese delle Meraviglie chiamandolo Underland. Insieme vanno all’Oraculum, che dice ad Alice di uccidere il Jabberwocky (Christopher Lee), un mostro sanguinario al soldo della Regina Rossa (Helena Bonham Carter). Alice capisce sempre meno, ma ad un tratto il gruppo viene aggredito dal Bandersnatch, una creatura simile a un orso e trattenuta da delle carte capeggiate dal malvagio Fante di Cuori (Crispin Glover). Alice rimane paralizzata davanti alla bestia, ma il Topo distrae il Bandersnatch e Alice scappa. Nella fuga Pancopinco e Pincopanco vengono catturati dall’ Uccello Jubjub. Nel frattempo, nel suo castello, la perfida Regina Rossa accusa uno dei suoi schiavi di aver rubato una torta e gli fa tagliare la testa. Il Fante di Cuori entra nella stanza e le da l’Oraculum. La Regina Rossa, infuriata, incarica il Fante di portargli la testa di Alice. La ragazza sta ancora scappando, quando incontra nella foresta lo Stregatto (Stephen Fry), che rimane profondamente colpito, le dice che deve uccidere il Jabberwocky e accompagna Alice a casa del Cappellaio Matto(Johnny Depp) e del Leprotto Bisestile (Noah Taylor) per curare le sue ferite. Durante il viaggio che segue, Alice incontra la Regina Bianca (Anne Hathaway), scopre il significato del vero amore e realizza che dovrà combattere la Regina Rossa, il Jabberwocky, e liberare il Paese delle Meraviglie dalla Tirannia. Burton ha premesso in una conferenza stampa tenutasi l’11 dicembre 2007, che è sua intenzione rappresentare interamente la sacralità della storia e di renderla in tutto e per tutto conforme all’opera di Carroll, cosa che a suo dire non è mai riuscita nei precedenti film a esso ispirati. Articolo tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Alice_in_Wonderland_(film_2010)

The Wolfman

Un classico al cinema! Riecco l’uomo lupo…!

Ragazzi vi consiglio la lettura di questo articolo di repubblica.it

ROMA - Lo avevamo lasciato nei panni romantici e guerriglieri delChe firmato Steven Soderbergh: basco calcato sulla testa, eroe da battaglie perse, pronto ad andare incontro al suo destino da martire. In una quasi identificazione col personaggio. Ecco perché, adesso, è leggermente spiazzante ritrovare Benicio Del Toro con maschera, trucco e dentoni da lupo mannaro, nell’horror-remakeThe Wolfman di cui è protagonista e produttore. Un popcorn movie, fatto apposta per il grande pubblico. Ma lui, col suo sguardo sempre intenso e la sua voce tranquilla, per spiegare il cambiamento ricorre a una metafora gastronomica: “E’ vero, questo è un film diverso dai miei precedenti ma a me, ogni tanto, piace anche qualcosa di dolce: una caramella, un pezzetto di cioccolato… anche se poi tornerò al salato, le cose dolci vanno prese a piccole dosi”. Del Toro, insomma, rivendica il suo non essere artisticamente a una dimensione - serioso, tormentato, impegnato. “Anche a me piace divertirmi - dice, sorridendo - ed è per questo che ho accettato di fare un horror che è un omaggio a opere di culto come Frankenstein,DraculaLa Mummia… quando ero bambino adoravo questi film, li ho visti tutti”. In particolare, The Wolfman - diretto dal Joe Johnston di Jurassic Park IIIHidalgo - è il rifacimento dell’omonimo film del 1941 con Lon Chaney jr. “E’ un omaggio esplicito, anche se con un approccio un po’ diverso rispetto all’originale - prosegue l’attore - qui abbiamo cercato di rendere la storia dell’uomo-lupo più realistica. Con l’idea che siamo di fronte a una forma di addiction, di dipendenza: qualcosa che l’individuo non controlla, che è più forte di lui. La bestia che è dentro di noi”. E c’è anche un’altra differenza: “Lì Chaney era più una vittima, il mio personaggio invece è più attivo, più partecipe”. Il divo - premio Oscar per Traffic - parla del film e della sua interpretazione alla Casa del cinema di Roma, nella sua breve trasferta promozionale in Italia. Con lui c’è Emily Blunt, attrice che ci ha fatto già divertire in Il diavolo veste Prada e che ritroveremo, come protagonista assoluta, del film Young Victoria (sulla giovinezza della sovrana britannica). Qui, invece, le tocca la parte della moglie di un uomo che scompare; e così il fratello dell’uomo (Benicio Del Toro) torna a casa e insieme a un padre quasi estraneo (Anthony Hopkins) e alla cognata si trova di fronte a un grande mistero. Prima di essere morso da una creatura che lo trasformerà irrimediabilmente… “E’ un genere di film che non passerà mai di moda - commenta Del Toro - dai tempi di Frankenstein fino a oggi: vampiri, lupi mannari, mostri come King Kong, zombie, fantasmi. Credo che sarà così finché non sapremo con certezza che cosa ci sia dopo la morte. Fino a quel momento ci piacerà sempre divertirci, emozionarci, impaurirci con queste cose”. Ma oltre al fascino intramontabile degli horror di stampo classico, The Wolfman si affida anche molto agli effetti speciali, al trucco (per il protagonista tre-quattro ore al giorno per metterlo e altre due per toglierlo) e a un’interpretazione della figura dell’uomo-lupo in chiave psicoanalitica, centrata sul conflitto padre-figlio. Una chiave di lettura condivisa da del Toro, che anche in questo caso ricorre a una (strana) metafora: “E’ come in Amleto, o meglio, i due personaggi maschili sono come due spermatozoi, cercano entrambi di trovare la direzione giusta: ma nessuno ci riesce”. Quanto ai progetti futuri, il divo spiega che il film in programma con Martin Scorsese, Silence, è slittato: “Al momento - scherza - sono disoccupato”. Ma si fa serio quando spiega che un obiettivo, come attore, ancora ce l’ha: “In questo film ho guardato molto recitare Anthony Hopkins, con un grande come lui non se ne può fare a meno. E mi sono accorto che il suo segreto è la semplicità. Ecco, vorrei raggiungere anch’io quel livello di semplicità: non ci sono ancora arrivato”.
di CLAUDIA MORGOGLIONE da http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/27/news/benicio_diventa_wolfman-2091417/

Baciami Ancora

Bella recensione sul film in uscita di Gabriele Muccino:

Il 29 gennaio ritorna al cinema il sequel de “L’ultimo bacio”, uno dei film più amati dagli italiani negli ultimi tempi,: “Baciami Ancora” di Gabriele Muccino.

Dopo dieci anni dal primom capitolo, gli stessi protagonisti e lo stesso regista ritornano a raccontare le vicende amorose di un gruppo di amici romani.

Nel sequel, infatti, ci sono proprio tutti i compagni di viaggio di Carlo (Stefano Accorsi) e Giulia (Vittoria Puccini): Marco (Pier Francesco Favino), Paolo (Claudio Santamaria), Adriano (Giorgio Pasotti), Alberto (Marco Cocci) e Livia (Sabrina Impacciatore).

L’unica assente è Giovanna Mezzogiorno, sostituita dalla Puccini nel ruolo di Giulia.

Carlo e Giulia si sono separati e Giulia ora vive con Simone (Adriano Giannini). Paolo ha una relazione con Livia, e quando Adriano ritorna in Italia cerca di costruire un rapporto con il figlio che ha abbandonato alla nascita. Marco e Veronica sono in crisi: vorrebbero dei figli che non vengono perché Marco non fa’ gli esami necessari. Così Veronica lo tradisce per poi ritornare sui suoi passi.

Un tragico evento sconvolge le vite dei protagonisti, ora pronti a redimersi e finalmente disposti a crescere.

Il regista Muccino ritorna con questo film a raccontare la generazione dei quarantenni, con le loro fragilità e la precarietà dei sentimenti. Gli unici punti fermi sono i figli e la famiglia, che prima strangola e soffoca e poi diviene unica ancora di salvezza.

Il regista Muccino cerca di descrivere i problemi e le difficoltà delle coppie moderne.

Le figure femminili sono descritte come traditrici, egoiste, vendicative; mentre quelle maschili sono deboli, senza carattere, “bamboccioni”.

I dialoghi sono da fotoromanzo: la parola “amore” viene usata e abusata così spesso che alla fine perde ogni significato. Non c’è romanticismo, non c’è passione, né sogni da rincorrere ma solo poche idee confuse sulla generazione dei quarantenni di oggi.

La pellicola spesso fatica a volgere al termine, perché frammentaria. Risulta una via di mezzo tra il “GF” e un videoclip musicale: tante storie che si accavallano in modo statico e confusionario.

Il finale poi è scontato e banale: la morte che porta a capire l’importanza della vita e della sua fragilità è una tematica troppo abusata.

La colonna sonora è stata affidata a Jovanotti e promette di diventare un tormentone, avendo già scalato tutte le classifiche.

- Martedì 26 Gennaio 2010 alle 17:45

http://www.onecinema.it/26/01/2010/baciami-ancora-recensione/

Recensione del film Nine (2009)

Ragazzi un articolo bellissimo su Nine. Chi ha visto il film? Fateci sapere cosa ne pensate!
Omaggio al musical di Broadway e al felliniano ‘Otto e mezzo’, ‘Nine’ è un film corale che raggruppa le star del cinema internazionale e punta sui siparietti musicali elettrici, sui costumi sfavillanti e sull’amour fou fatto di gelosie e distacchi.
Adattare o non adattare? Questo è il problema. Non ci sono dubbi sul fatto che alcune opere del passato e certi generi cinematografici potrebbero essere rinnovati e rivisitati attraverso i remake (anche se il termine è tecnicamente inesatto) che riuscirebbero a trarre giovamento dall’utilizzo di tecnologie migliori e a godere della linfa rinvigorente instillata da uno sguardo contemporaneo e da un’iperattività progressista. Ma quando l’opera originaria passa attraverso più di un imbuto, il rischio è che il prodotto ottenuto - seppur realizzato in maniera accattivante - risulti più distante di quanto si sarebbe immaginato dalle intenzioni dell’idea originaria. Se poi alle origini c’è un nome altisonante come quello dell’autore più visionario e onirico della storia del Cinema ItalianoFederico Fellini, la “trasmigrazione” dell’opera diventa un processo di traduzione visiva eterogenea che cerca un suo spazio autonomo negli interstizi della cinematografia contemporanea. A questa rielaborazione filmica si frappone inoltre un ulteriore livello di rimediazione, come inteso autenticamente da Mc Luhan, che è quello del teatro di Broadway, ricordata fin dai delicati rintocchi dell’incipit. È solo tenendo ben presenti queste basi semiologiche - il musical è il segno di uno spettacolo, che è il segno di un film - che si evita di considerare Nine in un’ottica esclusivamente comparativa con il capolavoro felliniano Otto e mezzo. Il Premio Oscar per l’indimenticato Chicago, su cui gli arguti fratelli Weinstein hanno erroneamente provato a fare leva per la campagna promozionale (con il grido da strillone “If you liked Chicago you’ll love Nine”), Rob Marshallporta sul grande schermo quello che definisce, con slancio tanto ruffiano quanto rispettoso, il proprio omaggio a Fellini, ma, nel suo tentativo coraggioso, ambizioso e anche demagogico, finisce per onorare più il musical hollywoodiano che il genio di Rimini. Spostando, forse inconsciamente, la traiettoria del suo obiettivo, Marshall non lega il suo ultimo film a quello italiano con una connessione vischiosa e rischiosa, ma lo annoda prima ancora allo show omonimo che calca con enorme successo le scene dei teatri americani dagli anni ‘80. La parabola narrativa viene mantenuta quasi intatta pur accentuando i vezzi e i vizi del protagonista, Guido Contini, regista sull’orlo di una crisi creativa con il produttore sul collo e un film in preparazione, e le debolezze e le virtù del parterre di donne che lo circondano e che abitano numerose i suoi sogni, le sue visioni e le sue evasioni a occhi aperti. Calcando la mano sui suoi personaggi, le cui psicologie però non affiorano in maniera così lampante da alcuni degli attori, come per la mamma interpretata da una Sophia Lorenpiù diva che attrice, la sceneggiatura di Michael Tolkin e del commemorato Anthony Minghella soccombe all’immagine, alla musica e ai difetti tecnici della regia. Il soggetto di Fellini e Flaiano arretra sotto il colpo frenetico del musical elettrico con i suoi numerosissimi siparietti musicali, che interrompono lo sviluppo narrativo piuttosto che accompagnarlo o integrarlo, com’era invece perfettamente riuscito in Chicago. Il problema principale diNine è la mancata commistione tra plot, brani musicali e coreografie, tra recitazione e tecnica: le cantatine e i balletti, davvero poco consistenti e talvolta fin troppo leggeri, frenano i dialoghi e l’azione anziché costituirne uno spettacolare prolungamento, come insegnano i film della migliore tradizione musicale, e ne diventano surrogati immotivati che intervallano geometricamente la storia del protagonista. Si ha l’impressione che i numeri musicali siano utilizzati come banchi di prova per gli attori, ineccepibili stelle del firmamento internazionale, piuttosto che come un flusso perfettamente integrato con il melodramma dipanato davanti allo sguardo dello spettatore: in questo modo la storia dell’esasperato Guido, qui più nevrastenico che depresso con tutti quei tic e quelle mossette opinabili, dotata di pathos ma anche d’ironia e di vis polemica (si pensi al rapporto con il clero) slitta e abbassa i toni rischiando di annoiare il pubblico. A fare eccezione due strepitosi brani della colonna sonora, quelli caratterizzati da un ritmo travolgente ed energico ed eseguiti con sbalorditiva verve in performance sorprendenti, che ci permettono di mettere da parte per pochi momenti la nostalgia dell’insuperabile e melodica musica di Nino Rota: “Be Italian”, che permette a Stacy Ferguson, cantante dei Black Eyed Peas, qui nei panni di Saraghina, una corpulenta e conturbante vamp marina, di esibirsi in un numero d’effetto e di grande suggestione e “Folies Bergere” interpretata dalla magistrale signora Judi Dench, alias grillo parlante Lillie, alla quale, probabilmente non a caso, viene affidata la battuta “L’amore non è amore senza canto”. Il cast (e il budget) galattico di Nineammicca al grande pubblico mentre indossa costumi sfavillanti, balla e canta sullo sfondo di un fondale maestoso che rappresenta il Colosseo e ci accompagna per le strade romane della Dolce Vita, tra colori più spagnoleggianti che italiani, tra lo stile glamour ed esuberante degli anni ‘60 e le tinte calde della città eterna che fu contesa da paparazzi voraci, produttori irrompenti negli studi di Cinecittà, stilisti audaci, alfa siluriche e vespe bianche, rayban scuri e talari nere. Ma la celebrità attoriale finisce per reprimere e appiattire le personalità dei personaggi interpretati, complici colpose anche le riprese di Marshall, che sembrano spesso inarcarsi nelle interruzioni brusche e nelle cesure poco logiche tra un gesto e una battuta. Così sottraggono l’intensità visiva al talentuoso Daniel Day-Lewis, che non risulta particolarmente a suo agio nei momenti musicali durante i quali confessa i pensieri e le fantasie di Guido, e alla statuaria musa-Nicole Kidman che, sotto i riflettori e nelle angolazioni da book fotografico, sembra assai lontana dalla clamorosa performance nel musical Moulin Rouge. Esaltano nelle loro interpretazioni e nei loro simmetrici profili di prima donna lafemme fatale Penelope Cruz, che si cala alla perfezione nel ruolo dell’ingenua Carla, a metà tra seduttrice corredata di pizzi e guêpière ultrasexy e amante inquieta dotata di romantici slanci emotivi, e l’adorabile Marion Cotillard, nel ruolo dell’indulgente Luisa Contini, moglie fragile che ama un uomo con troppe donne nella testa e un regista con nessuna idea per un film. Il duo artistico si confronta a ritmo di burlesque infiammabile e melodramma familiare in un duello combattuto fino all’ultimo sguardo per emozionare i più sensibili a un amour fou complicato e tragico.
a cura di Angela Cinicolo
Articolo tratto da http://www.movieplayer.it/articoli/06507/all-that-music/

Little Dream di Giacomo Marengo

Stasera all’Istituto Italiano di Cultura ci sará la presentazione della 4a Settimana della Fiction organizzata dalla RAI con la proiezione di:

LITTLE DREAM
Di Giacomo Marengo

Rodolfo Corsato, Claudia Zanella, Guido Caprino, Barbara Bouchet, Grazia Schiavo, Antonio Catania, Gaia Bermani Amaral, Massimo Wertmuller.

“Little Dream” fa parte della serie televisiva ‘Crimini’ che comprende otto storie che si concludono, indipendenti l’una dall’altra. Gli autori della serie sono Massimo Carlotto, Sandrone Dazieri, Gianrico Carofiglio, Piergiorgio Di Cara, Giorgio Faletti, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli e Giampaolo Simi.

L’Ispettore Giulio Campagna riceve una richiesta d’aiuto dell’amico Vincenzo Tagliaferro, ex poliziotto passato da molti anni a dirigere i servizi di sicurezza dei Presutti una potentissima famiglia di Trieste. Federica la giovane donna di cui è innamorato, modella ed aspirante attrice, era l’amante ufficiale di Francesco Presutti. Era con lui nel momento in cui, durante una notte d’amore, l’uomo rimane vittima di un collasso cardiocircolatorio che lo porta alla morte. Testimone pericolosa degli eventi, la Actis è stata fatta sparire quasi certamente per mano di Cristiano Malavasi, ex sottoposto di Tagliaferro che lo ha sostituito a capo dei servizi di sicurezza dei Presutti. Tagliaferro implora Campagna di aiutarlo a trovare la ragazza. E Campagna, in nome di un legame antico di gratitudine che lo lega a Tagliaferro, accetta. Ma indagare su famiglie ricche e potenti come i Presutti è terribilmente pericoloso. Campagna non molla e squarcia la cortina del Little Dream per rivelarci la ferocia dietro il sogno del Nord-Est.

Lo scrittore Giancarlo De Cataldo che cura la serie tv, presenta i nuovi otto episodi che completano il “giro d’Italia” criminale. Spiega De Cataldo che “Con l’unico vincolo dell’indicazione geografica, gli scrittori sono stati lasciati liberi di improvvisare sul tema, raccontando le ossessioni, le grandi e piccole paure, le speranze, le miserie e gli splendori di un Paese inquieto e inquietante che nessuna realtà riesce a descrivere meglio di quella criminale nei suoi costanti, spesso inafferrabili mutamenti. La Bari notturna e seduttiva di Carofiglio, popolata da fantasmagoriche apparizioni di bellissime dame senza pietà. L’accecante Courmayeur della “neve sporca” di De Cataldo coi suoi commercialisti malavitosi e un uomo in cerca di riscatto. L’assolata Matera di Sandrone Dazieri, teatro di inconfessabili traffici. Il Piemonte di Faletti, scenario di una “nerissima” avventura di incendi e di inganni. L’Umbria di Di Cara, dove poliziotti coraggiosi combattono una lotta senza quartiere contro aggressive organizzazioni criminali, e le Marche di Lucarelli. Il Nord-Est tanto ricco quanto disperato di Massimo Carlotto. Non c’è niente di scontato nell’Italia efferata che gli autori di “Crimini ” ci rivelano. Nemmeno la speranza: che, per nostra fortuna, sta nei cuori dei giusti, qui sempre vincitori dell’eterna lotta contro il Male”.

Articolo preso da http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=3907

Tra le Nuvole

Appena visto Tra le Nuvole il nuovo film di George Clooney Non sono sicuro se il film mia sia piaciuto o meno comunque vale la pena parlarne. Ecco una bella recensione tratta da www.ecodelcinema.com:

“Tra le nuvole” di Jason Reitman, acclamato regista di ”Juno”, ha per protagonista Ryan Bingham, personaggio interpretato da George Clooney, il cui lavoro indubbiamente non è dei più facili: l’azienda di cui fa parte si occupa del licenziamento del personale per conto terzi. E lui è un vero professionista nel suo campo, ciò che fa gli piace perché lo porta a stare fuori casa più di trecento giorni all’anno, da una città all’altra, da un albergo all’altro, percorrendo un’infinità di miglia in aereo. Non pensa mai a come questo spezzi i progetti delle persone che “congeda”, ed in effetti non pensa mai alle persone. Lui esiste solo come individuo, la casa non gli manca per tutto il tempo che lavora perché in verità non ne ha una alla quale senta di appartenere, così come non ha nessuno con il quale condividere le proprie emozioni, e tutto questo fa di lui un uomo felice. Ma per tutti arriva un momento, un incontro o una situazione che portano a riflettere sul come spendiamo il nostro tempo. La vicenda, seppur divertente lascia l’amaro in bocca, tratta temi di spessore, senza però dare risposte. È come se il regista osservasse le problematiche della perdita del lavoro, al momento più che mai attuali e non solo negli Stati Uniti, senza poter dare una qualche speranza. Quello che maggiormente si trae dalla narrazione è invece l’impossibilità di poter “vivere come isole”, l’importanza dei rapporti interpersonali, non per non sentirci soli, ma per essere in sintonia con gli altri. Forse risiede in questo la vera speranza, negli affetti, che ci danno il sostegno che occorre per superare i momenti difficili. L’interpretazione di Clooney è eccellente, ma non sono da meno Vera Farmiga e Anna Kendrick, che interpretano i due personaggi femminili vicini a Ryan. Nel complesso il film risulta piacevole, equilibrato, con personaggi ben delineati ed una regia sapiente, che rendono il prodotto credibile, verosimile.
Maria Grazia Bosu

AVATAR by James Cameron

Un altro bellissimo articolo trovato su www.comingsoon.it scritto dal Sig. Federico Gironi. Chi ha giá visto il film? Cosa ne pensate? Ecco l’articolo: Nelle sue tante superfici, così come nelle sue abyssali profondità (non solo di campo), Avatar è esattamente il film che ci si poteva aspettare da James Cameron. Un film che conferma e perpetra all’infinito quella forse da sempre, ma perlomeno fin dai tempi immediatamente successivi a Aliens è la chiarissima ide(ologi)a di cinema del canadese: un cinema fatto di “vere bugie”, titanico, un cinema dove lo spettacolo è sovrano nel senso più ampio e (post) industriale del termine, improntato ad un iper-positivismo e ad un determinismo tecnologico al quale tutto è destinato a soccombere, dentro e fuori lo schermo. Uno schermo che è attore e protagonista ancor più delle figure che vi si agitano all’interno. Inutile negarlo: lo sforzo vero e ultimo di Cameron, con Avatar, è stato primariamente tecnologico. La voglia di affermare e dimostrare la supremazia indiscussa dell’immagine, e la capacità di plasmarla in e su dimensioni quasi inedite grazie alla stereoscopia, hanno portato ad un risultato che innegabilmente stabilisce un nuovo standard concettuale riguardo quella che è l’esperienza della visione. Va pur sottolineato però come certa ricerca tecnologica e certi utilizzi del 3D che ne risulta siano ancora non perfettamente simbiotici alla storia che dovrebbero (?) supportare, non riuscendo quindi così a conquistare del tutto quanti hanno ancora riserve sulla loro effettiva applicazione narrativa. Non ha torto, insomma, chi sostiene che in 2D Avatar avrebbe un senso narrativo di poco inferiore alla sua versione tridimensionale. Non a caso Cameron si appoggia ad un testo di base fiabesco (Pochaontas) e lo ripropone facendo tesoro delle sue successive declinazioni cinematografiche (da Balla coi lupi al New World di Malick, passando per i tanti prodotti industriali che stanno nel mezzo, financo Doc Hollywood) ma senza aggiungere molto. Forse apparentemente. Se è innegabile che la sceneggiatura, la caratterizzazione un po’ rozza dei personaggi, lo sviluppo classicamente retorico delle vicende sono il chiaro e universalmente riconosciuto punto debole di Avatar, questo avviene perché anche dal punto di vista narrativo l’attenzione e l’interesse del regista non vanno agli attori/attanti del suo testo ma al mondo all’interno del quale questi si muovono. Avatar non è per Cameron una storia che rilegge criticamente il falso mito del colonialismo, non è una critica più o meno sottile alla brutale belligeranza degli Stati Uniti dal Vietnam fino all’Afghanistan, non è il contraddittorio racconto della necessità quasi luddista di un ritorno alle origini e alla Natura, ma appare (altrettanto contraddittoriamente?) come la traduzione filmica dello scontro tra una cultura ancora maggioritariamente postindustriale e le nuove, diverse culture digitali della rete e le istanze che queste cercano di portare avanti. Tra culture e tecnologie, e non tra persone. Per Cameron c’è molta più tecnologia nella cultura apparentemente selvaggia dei Na’vi che nelle macchine, nei computer e nelle armi degli umani che vogliono sfruttare e colonizzare Pandora. L’Albero della Vita, allora, come una rete dalle reminescenze e dei saperi dal vago sapore cyberpunk, come un gigantesco ed autocosciente server che connette, comprende, racchiude ma “non interviene”, per dirla con la protagonista Neytiri, se non per sancire un nuovo e definitivo legame tra sé ed un nuovo utente perennemente Avatarizzato, e non (sol)tanto come estremo atto di autodifesa. Ma ancora una volta, ecco dimostrato che Avatar, proprio come l’Albero della Vita, è un film che non si interessa ai personaggi che racconta se non come extrema ratio per tenere collegati a sé i suoi utenti, gli spettatori, che Cameron non ritiene evidentemente ancora maturi per la forma pura e futurologica della sua idea di cinema come puro impianto spettacolare. Se l’Albero della Vita agisce è per preservare la sua tecnologia, non per salvare chi la sfrutta; e così Avatar si concede (poco) alla narrativa tradizionale solo per dare parvenza di sostengno all’unico aspetto che realmente vuole raccontare: le nuove potenzialità tecnico-rappresentative del Nuovo Cinema. Ma in tutta la sua complessità, la sua ricerca, la sua spettacolarità, Avatar è ancora troppo autarchico per rappresentare un analogo contemporaneo del Guerre stellari di Lucas e della rivoluzione che ha comportato. Perché a Cameron manca (ancora?), e volutamente, quel che posseggono autori indubbiamente votati a quell’idea di cinema che il canadese ha estremizzato: gli manca l’affetto e la fiducia per gli uomini e i loro sentimenti che sono tutt’ora alla base dell’opera di Spielberg, gli manca la capacità umanista di scaldare e di fondere epica e minimalismo di Jackson, gli manca soprattutto la capacità di Lucas (di quelLucas lì e non quello della nuova trilogia) di dare vita ad un universo dove le mitologie siano ancora incentrate sui personaggi e non solo sui mondi fantastici che da loro sono popolati. La posizione di James Cameron è innegabilmente questa, la fede incrollabile e testarda è in un futuro che è visione personale, autonoma e al tempo stesso industriale del cinema. E non a caso la sua, nel sistema cinema hollywoodiano, è una posizione d’isolata avanguardia pionieristica che al sistema rimane però sempre appena tangenziale e mai realmente distaccata, perché il contatto è necessario e irrinunciabile. ConAvatar Cameron indica senza mezzi termini la sua tensione al futuro: ma un futuro il cui sentiero è ancora da tracciare, ancora incerto e nebuloso, sicuramente ancora discutibile e opinabile: e a dagli ragione o torto sarà il tempo, e non solo il botteghino.

Avatar

Un bell’articolo su questa fantastica nuova fatica di James Cameron preso da www.filmup.leonardo.it

Al botteghino vince l’Avatar dei record

Consulta la classifica incassi: USA, Italia
Anche in Italia “Avatar” (giudicato il miglior film ai Golden Globe) conquista il pubblico e colleziona una serie di record impressionanti. Infatti, la pellicola, in soli tre giorni di programmazione, ha incassato quasi 10 milioni di euro, battendo tutti i precedenti record d’incassi in un weekend e ottenendo la migliore media per copia di tutti i tempi. Queste cifre sono addirittura per difetto perché i dati Cinetel coprono solo l’85% dei cinema e, quindi, non tengono conto di tutte le sale che hanno proiettato l’ultimo capolavoro di James Cameron, che continua a condurre anche la classifica americana, aggiungendo al suo guadagno altri 41 milioni di dollari.
Nel nostro paese alle spalle del fantastico e colorato mondo di Pandora si piazzano due italiani: “Io, loro e Lara” e il nuovo film di Virzì “La prima cosa bella”, sbarcato nelle sale venerdì. L’altra nuova uscita del weekend, “A Single Man”, conquista la nona posizione. Resistono tra i primi cinque “Sherlock Holmes” e il tenero “Hachiko - il tuo migliore amico”.
Oltreoceano conquista la medaglia d’argento l’ultimo film di Denzel Washington, l’apocalittico “Codice Genesi”. In un futuro non troppo lontano, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l’America: città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi. Eli (questo il nome dell’uomo) cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell’errore fatale che hanno commesso. Non è la propria vita che difende così ferocemente, ma la speranza per il futuro; una speranza che lui custodisce da trent’anni ed è determinato a difendere a qualsiasi costo.
Chiude il podio americano il thriller “Amabili resti, diretto da Peter Jackson. Nel 1973, Susie Salmon, una quattordicenne, viene violentata e uccisa brutalmente da un uomo, un assassino seriale di ragazzine e donne. Poco dopo l’omicidio, Susie giunge in Paradiso, da cui ha la possibilità di seguire le vite della famiglia, degli amici e anche del suo assassino, che continua a mietere vittime indisturbato.

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